Di Vanitas in Vanitas

Un progetto fotografico, dei testi che accompagnano le immagini, il tutto completato da una elegante veste grafica: ideatrice, autrice e anima la fotografa Enrica Pastore.
Ci si può chiedere quale sia quel sottile filo di Vanitas che unisce tempo, silenzio, effimero.
Enrica racconta attraverso la sua sensibilità per il colore, le inquadrature e la scelta dei soggetti, i pittori del Secolo d’Oro olandese, il Seicento, in cui gli artisti di quelle terre più basse del livello del mare, che si spingevano verso il cielo dell’immaginazione per trascendere la realtà, dipingevano nature morte, “still life”, ancora vive, nella prospettiva della “vanitas”, creando un genere pittorico destinato ad avere grande fortuna in quel fluire di anni segnati dal senso di precarietà che investì il continente europeo in seguito alla guerra dei trent’anni e al dilagare delle epidemie di peste. Ma perché questo tema ancora ci affascina e ha mantenuto una così grande attualità?
Per cercare un’impossibile risposta provo a risalire al mio primo incontro con le vanitas, ritornando a lontane lezioni di storia dell’arte, in cui un’attempata ed elegante professoressa, eterea nella fragilità di un’età consumata tra la bellezza, cercava di richiamare l’attenzione di giovani fanciulle, quanto mai lontane dall’idea di caducità, perché stavano salendo con balzi gioiosi la scala della Vita che, ne erano certe, le avrebbe portate a realizzare quel lievitare di sogni.
Vanitas vanitatum et omnia vanitas, vanità delle vanità, tutto è vanità: costruzione ridondante, calco linguistico dall’ebraico, che si trasforma in un superlativo, locuzione diventata ormai proverbiale che apre e chiude il lungo discorso di Qohelet, il libro sapienziale della Bibbia ebraica e cristiana, che trovò in Guido Ceronetti un traduttore destabilizzante, quelle parole risuonano minacciose nella navata oscura della chiesa in cui aleggia un forte odore d’incenso, suscitando una sottile inquietudine, quella stessa che si avverte guardando le fotografie di Enrica, perfette, fin nei più insignificanti dettagli, evocative di quadri , di atmosfere nordiche, in cui gli oggetti non sono più semplici indicatori della realtà, ma assumono un meta-significato, che trascende la materia.
Chi guarda non resta indifferente: può fermarsi al livello tecnico, la bravura della fotografa nello scegliere obiettivi ed esposizioni, attingere a quello estetico: la bellezza e armonicità delle composizioni, oppure può farsi turbare dalle contaminazioni di tempo, di luoghi, di pensieri. Cosa c’è di più lontano di una macchina fotografica digitale per raccontare dell’Olanda del Secolo d’Oro, di quegli opulenti mercanti che commissionavano quadri per le loro fastose dimore, quasi per scongiurare l’inesorabile scorrere del tempo?
Enrica – nel secondo millennio, in un “tempo” che scorre troppo veloce per darsi “tempo” di pensare, di guardarsi dentro, per capire quale sia davvero il senso di un progetto di vita non omologabile, ferma per un istante questo gioco perverso che consuma e riduce in pezzi il “tempo” individuale, così come Cronos divorò i suoi figli – dapprima rassicura avvolgendo oggetti e pensieri in stoffe preziose, circondando lo spazio con oggetti evocativi, blandisce, ma al tempo stesso rende inquieti, erranti, alla ricerca del senso perduto, di un’Itaca degli affetti perduti, ma non dimenticati.
Vorrei che questa scelta così inconsueta, concretizzata nel paziente lavoro di anni, volta a costruire un sistema di pensiero per tradurlo in immagini e in parole, che trovano un’affettuosa accoglienza nel libro e nella mostra, potesse essere condivisa anche da chi non sa staccarsi neppure per un attimo dalla “rete”, che deve sempre sentirsi “connesso”, che gioisce o si rattrista per un: “mi piace”, che non esita a “postare” i momenti più intimi e segreti, rinunciando persino a quell’elementare pudore che inviterebbe a celare, rendendo tutto più misterioso per cogliere intatta la gioia della scoperta, cedendo l’anima dei propri giorni, per far rivivere il mito di Faust, che vendette la propria anima in cambio dell’eterna giovinezza, in un “tweet”.
Questo continuo flusso di informazioni, che in fondo sono assolutamente svuotate di significato, non è forse la moderna metafora della Vanitas?
Di vanitas in vanitas si arriva a tempi più vicini, ad un’Amica di origine vercellese, Alessandra Ruffino, con la quale ho in comune l’amore per le edizioni antiche e soprattutto per quella nuova invenzione che rivoluzionò la storia dell’umanità: la stampa a caratteri mobili. Alessandra, nell’agosto del 2013, a Varallo, nel Cortile d’Onore di Palazzo Racchetti, sede della Biblioteca, presentò il suo piccolo e prezioso libro: Vanitas vs Veritas. Caravaggio, il liuto, la caraffa e altri disincanti, che ho condiviso con un’altra preziosa Amica, Enrica, senza sapere nulla del suo progetto che oggi è approdato a Varallo, in questa stessa biblioteca, per continuare a camminare tra gli uomini del nostro tempo, che non vogliono “perdere tempo”, ma hanno bisogno di “prendere tempo”, per non essere sommersi dalla caducità di un disordinato presente.

Dottoressa Piera Mazzone​
Direttrice della Biblioteca Civica Farinone-Centa di Varallo Sesia