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Introduzione

Vanitas… così in pittura sono chiamate le nature morte che, con raffinatezza e sottili simbologie, alludono al tema della caducità della vita, all’effimera condizione dell’esistenza, al trascorrere del tempo e alla transitorietà dei beni terreni.
Questo genere di pittura si colloca all’interno del Secolo d’Oro olandese, che comprende quasi tutto il XVII secolo. La prima metà è segnata dalla lotta per l’indipendenza dalla Spagna con la Guerra degli ottant’anni. Dopo la vittoria, la seconda metà del secolo vede la pace portata dalle Province Unite.
Ed è proprio in questi anni che fiorisce la Compagnia delle Indie Orientali, molti nuovi territori vengono mappati dagli esploratori olandesi e molti pittori iniziano ad eccellere nel mondo dell’arte trovando ottimo riscontro fra la nuova borghesia, principale committente di lavori artistici.
I pittori del Secolo d’Oro dipingevano le scene che i ricchi clienti volevano vedere e che avrebbero trovato un’ottima collocazione nelle loro dimore.
La ricchezza nata dal rifiorire del commercio e dalle esplorazioni, che portavano novità dalle importazioni di prodotti, unita alla mancanza di una committenza religiosa, aveva trasformato i soggetti dell’arte dal biblico al reale. Molto popolari erano le nature morte di oggetti presi dal quotidiano, i paesaggi, i panorami marini che celebravano il potere navale e commerciale, ma anche i ritratti di gruppo di una corporazione o di un’organizzazione civica.
Ho voluto realizzare un progetto fotografico per raccontare, di questo periodo storico, gli artisti che dipingevano le peculiari nature morte chiamate “Vanitas”. L’ho fatto secondo il mio punto di vista personale, poiché penso che questo tema sia sempre e comunque identificabile in una situazione di grande attualità.
Di questi dipinti, mi affascina la provocazione che lanciano alle dimensioni-entità di spazio e di tempo, restituendo tridimensionalità sulla superficie della tela e dando l’illusione che il tempo si sia fermato in quel preciso momento, il nunc della vanità.
Mi incuriosisce il trionfo di oggetti che sembrano sopravvivere per adempiere al compito di riportarci costantemente a ricordare la nostra fragilità.
Davanti a queste opere provo una sensazione positiva di silenzio e di vuoto che spesso mi induce alla riflessione, alla meditazione, alla ricerca degli innumerevoli significati, a volte preordinati a diventare precetti, insegnamenti.
Queste immagini sono anche menzogne, si rivelano in questo modo ma non rappresentano la realtà. Ulteriore specifico modo per sottolineare quanto sono ingannevoli e vani i piaceri del mondo, belli ma inutili davanti allo scorrere del tempo. Scene artificiose e addirittura familiari rivelano il gusto per l’intimità e la vita privata, con oggetti e cose comuni che, riconosciuti, danno la sensazione di comprenderne i segreti.
Per gli artisti, la rappresentazione delle vanitas doveva avere un significato assolutamente innovativo. Si passa dal rapporto dell’uomo con le cose materiali inanimate, viste nella loro accezione convenzionalmente attribuita, a un’idea di oggetti protagonisti e latori di significati, simboli e valori che prendono la stessa importanza, nel dipinto, di una figura umana.
Questi concetti erano legati alla caducità della vita, alla transitorietà dell’esistenza, all’inesorabile trascorrere del tempo, alla vita e alla morte, alla precarietà dei beni terreni… tutto strettamente connesso alla vita agiata borghese, alle ricchezze, alle scoperte scientifiche, alla varietà delle mense, degli arredi, delle stoffe…
Per ogni immagine di questo progetto ho associato un piccolo testo come mezzo di condivisione del mio punto di vista su significati, contenuti e richiami cercati e riprodotti.
Ho aggiunto qualche breve cenno alle scelte fatte, ai rimandi storici, poetici, alle particolarità e alle tradizioni.

Vanitas (23 storie)


Il mio lavoro

Ho lavorato studiando e ricercando scelte, tecniche e particolarità di diversi pittori per trarne ispirazione, da miscelare alla mia visione personale e alla creatività soggettiva, per reinterpretare immagini e concetti.
Vermeer usava la sfocatura e il puntinismo. Lo scopo era di dare l’impressione luminosa di quel preciso istante, dove i contorni erano meno importanti della luce stessa. Creava dei piccoli punti insignificanti nella loro singolarità, ma molto importanti nell’insieme, nel momento in cui davano vita e consistenza alla materia delle cose. Allontanandosi dal soggetto, questi punti creano gradatamente la trama regalando più profondità e formalità compositiva.
In alcuni scatti non ho intenzionalmente utilizzato il flash, anche se la luce lo richiedeva, per simulare, con la grana, la sensazione di avere dei punti che, allontanandosi, gradatamente spariscono rendendo l’immagine più omogenea.
Con alcuni soggetti ho lavorato sul colore per renderlo quasi il soggetto stesso. I colori che in assoluto preferisco nei quadri dell’epoca sono il blu ottenuto dai lapislazzuli, il verde dalla malachite, il giallo dall’orpimento e il rosso dal cinabro.
Alla pittura fine, nitida e levigata (fijnschilders) si opponeva quella ruvida, data da pennellate decise e tocchi grumosi di colore grezzo, preferita da Rembrandt.
In riferimento a questo e in base al soggetto, ho reso più materiche alcune scene mentre altre sono più vellutate.
Eccessi di luce o di ombre mi sono serviti per lasciare che la luminosità di quel preciso momento creasse determinati riflessi e colori, senza correggerli. Così la riproduzione dei dettagli come se fossero capitati lì in maniera accidentale, la naturalità dei gesti più comuni, anche data da cose inutili o inconseguenti alla composizione. Il reale non è sempre assimilabile al bello ma permane la poetica della quotidianità.
La simbologia aleggia un po’ ovunque; non è detto che ogni oggetto abbia per forza un senso superiore ma spesso sono leggibili in senso allegorico, metaforico, figurativo come segno di qualcos’altro che supera l’apparenza e diventa simbolo.
Sta nella scelta degli oggetti la volontà di vedermi nei miei scatti, di esprimere il mio animo. Ci sono oggetti realmente risalenti al XVII secolo che però ho voluto unire a cose del quotidiano appartenute alla storia della mia famiglia o alla mia. Ho voluto creare un legame tra il mio presente e quello di molte persone, a me care o sconosciute. La mia è stata un’interpretazione soggettiva; il mio intento non è stato quello di una pura ricostruzione storica di oggetti, ma di dare importanza al significato che rappresentano, evidente e continuativo nel tempo. Il messaggio era lo stesso per le persone vissute nel XVII secolo, come lo era per i miei avi e il medesimo rimane per me. L’interpretazione delle Vanitas e di ciò che trasmettono rimangono sempre attuali; anche oggi, in un’ottica più moderna, riescono ad indurre al pensiero e alla riflessione.
Non ho utilizzato immagini religiose; secondo l’idea calvinista, le arti devono rappresentare le cose che si vedono agli occhi, cercando e considerando Dio nelle sue opere, le immagini sacre sono bandite. Ne “Les voix du silence” André Malraux scriveva: “L’Olanda non ha inventato il fatto di mettere un pesce in un piatto, ma di non farne più il nutrimento degli apostoli”.


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